"Sitespecific For Orange Squirrel" - Wallace Records (2007)

 

RADIO COOP
Antonio Bacciocchi

Corroborante iniezione di grezzo hard funk dagli Hutchinson con un potente album in cui si mischiano suggestioni blaxploitation di sapore 70's con visioni avant garde a tratti quasi art rock e rimandi a certo kraut contaminatissimo. Il tutto strumentale, minimale, cattivo, urticante, mai troppo lieve o soft. I brani sono frenetici, anfetaminici, sonici. Un gran bell' album.

 

RADIO DEEJAY / PREAVY ROTATION
Andrea Prevignano

Eccolo uno degli album più vibranti degli ultimi mesi, sommerso dalla montagna di uscite di poco conto che affollano un mercato dove domanda (scarsa) e offerta (abbondante) corrono parallele ma in direzione opposta. "Sitespecific For Orange Squirrel" dell'italianissimo quartetto Hutchinson è un treno impazzito che fonde traversine e binari con la sua commistione di blaxploitation, hard rock, math/postpunk, dove i Don Caballero fanno visita a James Brown all'inferno, dove Curtis Mayfield, MC5 e Shellac si perdono in una jam strumentale infinita, fino a perdere le forze. Ormai più di sette anni di esperienza alle spalle hanno permesso al gruppo di maturare una guida ritmica di tutto rispetto. Come se non bastasse un synth poderoso utilizzato come un ariete e la simulazione di una sezione fiati che pare uscita da una sessione in acido della resident band della Stax rendono il prodotto un'incandescente raccolta di brani dai riferimenti temporali ubriacanti. Registrato (bene) da Fabio Magistrali. Una sintesi di grande livello.

 

ROCKERILLA
Michele Casella

Appare immediatamente evidente che accanto agli ascolti di un certo rock aggressivo e nervosamente 'tirato', gli Hutchinson possiedano un pregevolissimo approccio tecnico per la musica. Il taglio matematico del loro rock à la Don Caballero si scioglie in articolate derive psichedeliche e in declinazioni che non rinunciano ad una piacevole metodicità. L'aria di Chicago ha comunque pervaso questo "Sitespecific for Orange Squirrel", progetto costruito su due dischetti e pregevole artwork, ma soprattutto curato alla regia dal sempre bravo Fabio Magistrali. Se l'ascolto riesce ad essere così inebriante, possiamo solo immaginare la resa live di un quartetto di tal genere (ed il sudore di un batterista che batte così forte per più di un'ora).

 

LA SCENA
Ruggero Trast

Si parte così. Come di solito forse si conclude per non pensarci più. E invece l'ipotesi prende corpo in una ritmica ripetuta ostinatamente. Come se non dovesse finire mai. Mentre tappeti di suoni e rumori, guaiti di corde sintetiche si sovrappongono per avvolgere queste bacchette che urlano pietà. Inutile continuare nel vano tentativo di zittirle. E allora ecco che l'isterica lezione hard rock vecchia maniera viene fuori. A guidare la cavalcata è una chitarra che sembra uscita da un disco di quando il mastering era fantascienza. E tutti a seguirla. Pecore. Mi piacciono gli Hutchinson, mi piacciono come i cantucci col vin santo. Sono un'osteria di idee al collasso. Mi piacciono perché fanno parte di quella frangia della Wallace che privilegia ancora un senso comprensibile a tutti. Arrivano là dove i Rosolina Mar staccano i jack e dicono basta alle digressioni negli anni Settanta. Gli Hutchinson, appunto, negli anni Settanta ci fanno il bagno come Cleopatra nel latte di capra. Non saprei dire perché mi ispirino tante metafore di liquidità, nel senso bevibile del termine. Forse perché dietro a tutte le tracce, dietro al ripetersi a volte ossessivo, matematico, delle note, c'è proprio qualcosa di non solido. Il che, credo, è un bene. Intendiamoci: il risultato è granitico. Duro e crudo da fare invidia alle fondamenta di un palazzo destinato a durare milioni di anni. Ma nelle intercapedini di questa opera architettonica si insinuano delle benedette infiltrazioni di qualcosa che non ha a che fare con lo stato solido. Non al momento, almeno. Ciò che dico mi spaventa e mi destabilizza ma mi diventa più chiaro a partire dalla terza traccia, (Summe), quando, a fare da apripista alla consueta ritmica funky, si presenta ai blocchi un mostro con i capelli dritti che si lecca le dita ancora piene di marmellata e, particolare, non indifferente, fa un casino della madonna. E, quando pensi di avere capito, un tuffo dove l'acqua è più postrock. Non me l'aspettavo! Mi sorprende e mi lusinga poter ascoltare dischi come questo. Spero ricapiti. E tanti saluti a chi dice che a Trento fa troppo freddo per suonare. Che poi le mani, dice ancora, si ghiacciano.Non credo proprio!

 

BLOW UP
Fabio Polvani

Dopo Rosolina Mar e Bron Y Aur, si allarga la colonia delle band neo-seventies in casa Wallace Records. Gli Hutchinson assecondano tale propensione impregnando il loro math rock sound di scie cosmiche e soprattutto di scintillante funk. Le torrenziali escursioni strumentali di "Sitespecific For Orange Squirrel" impongono la loro estetica passatista con stimolante effetto retroattivo. E' tutto un gioco di colori più che di contrasti, ben amalgamati attraverso reiterazioni e bordoni moog di matrice krauta, frenetiche ritmiche alla Laddio Bolocko e arzigogoli, lamine alla June Of 44, robuste timbriche hard e funk freakedelico via George Clinton, Harbie Hancock o alla maniera di colonne sonore da serie poliziesche (che l'Hutchinson usato per il nome della band non sia proprio il Ken del telefilm di Starsky & Hutch?). Il vertice di questo doppio CD probabilmente viene toccato subito, con l'iniziale 5ta, il cui sviluppo in Detroit- style raggiunge temperature orgiastiche con l'intervento del sax alto di Manuel Marocchi. Per il proseguo tuttavia c'è ben poco da temere: un album di rock strumentale che arriva sino alla fine senza annoiarti va quasi salutato come un evento.

 

IL MUCCHIO SELVAGGIO
Alessandro Besselva Averame

Provengono da un retroterra rock di matrice Seventies – citano nomi come Black Sabbath e Blue Cheer tra i crediti formativi e non si fa fatica a crederci – gli Hutchinson, e non fanno nulla per nasconderlo. La particolarità di questa formazione trentina risiede tuttavia nell'abilità con cui i quattro componenti sono riusciti ad integrare su questo scheletro rock influenze diverse, seppure legate da parentela non sospetta e in qualche modo naturale. Le composizioni strumentali di "Sitespecific For Orange Squirrel", in un certo senso imparentate con le evoluzioni articolate dei compagni di etichetta Rosolina Mar, sono lunghe cavalcate ritmico-chitarristiche dotate di un fenomenale senso del groove: un senso del groove che riprende le influenze krautrock del debutto "Playing In Woman's Bathroom" ingrossandone le linee di basso attraverso una massiccia cura a base di funk. A rendere alieno, e in qualche modo più interessante, il paesaggio, sono folate di sintetizzatori e tracce volanti di fiati manipolati che paiono rubati alla soffitta di qualche corriere cosmico ritiratosi dall'attività. Quarantasei minuti e otto brani spalmati su due cd per assecondare esigenze grafico-estetiche – molto bella la copertina, tra il freakedelico e il pop - e per spezzare con una provvidenziale pausa un magma sonoro trascinante che tuttavia, se assunto tutto d'un fiato, rischierebbe di pesare troppo. "Sitespecific For Orange Squirrell" è il genere di disco che potrebbe solleticare le lodi di Julian Cope e questo immaginiamo sia sufficiente ad inquadrare la perfetta riuscita dell'esperimento.

 

CHAIN DLK
Andrea Ferraris

I dunno where they took the name but it makes me think to the mighty Jetsons and if you're into Hanna and Barbera's cartoon you know what I'm talking about. Nothing on this cd is cartoonesque but without any doubt there's this acid 70ies aroma churning right from the cover to the music. This double cd features a good dose of energized hi-voltage 70ies psichedelia actualized with a hard-pounding modern rock touch, but it still can't be filed under stoner so you Kyuss fans are warned. This combo is a four piece and of them is keyboard player, probably what bring the music back in time, without it I'm sure they should be confused with good musicians playing a la Don Caballero, Golden, Trans Am or something like that. Funny but I'd say there's a sort of continuity that links this cd to other bands on Wallace like Rosolina Mar, at last their "rock classic" taste is quite similar. I can't say all of the tracks are equally as catchy as others but believe if I say it's much more interesting than many soft post-rock bands playing with electronic but still sounding like the bad answer to Mogway, Notwist or Lali Puna. The second cd is a bit more hard funk oriented as if James Taylor was a bit more on cocaine but Hutchinson's identity still remains unaltered and it gives the impression they should be great to be heard in the back while you watch the original Starsky and Hutch driving in they super cool red car to kick some criminal ass. The recording is great, at last I guess this is one of those releases where Fabio Magistrali knows 100% what to do to capture the essence of the music.

 

RUMORE
Gabriele Barone

L'immagine di copertina, in perfetto stile seventies, è gia di per sè abbastanza esplicativa della musica suonata dagli Hutchinson, quartetto di Riva del Garda, che ha mosso i suoi primi passi rifacendosi a certo hard rock anni '70 (Blue Cheer, Black Sabbath). Un suono che gradualmente si è evoluto verso traiettorie psichedeliche (fatto di lunghe digressioni strumentali, arricchite da innesti elettronici) e che, recentemente, si è accostato a territori più marcatamente funky. Il post rock strumentale degli Hutchinson ha nella sostanza due anime: una d'impronta noise/math-rock (Don Caballero, June Of '44), un'altra funk e psichedelica. Un suono che in certi momenti richiama le esplosioni chitarristiche dei primi Mogwai e le ingegnose reiterazioni degli Oneida (Zug Reloaded). L'unico appunto che si può fare, semmai, è che il rock degli Hutchinson, pur visceralmente animato dalla libertà creativa e dalla voglia di sperimentare, suona a tratti un po' acerbo e ripetitivo.

 

MUSIC CLUB
Roberto Michieletto

The Hutchinson sono un quartetto nostrano che si era segnalato in ambiti sotterranei con il lavoro di debutto risalente al 2002 (stiamo parlando di 'Playing In Woman's Bathroom') e che ha poi impiegato i successivi quattro anni per portare a maturazione un sound che ha mutato connotati, anche a seguito di alcune variazioni interne alla line up. Il frutto delle elucubrazioni strumentali (trattandosi di musica strettamente non accompagnata dalla voce la definizione è quanto mai pregnante) lo ritroviamo materializzato all'interno di 'Sitespecific For Orange Squirrel', album curiosamente formato da due CD brevi. Le otto tracce mettono in mostra un sound che, pur partendo da un base hard rock rocciosa e rumorosa, però poi ingloba continue digressioni di natura funky e contaminazioni tanto prog/psichedeliche, quanto cosmico/ambientali, che rendono l'opera spumeggiante e ricca di vivacità per chi la deve ascoltare. A volte pare quasi di essere in una sala prove dove i Don Caballero sono stati posseduti dallo spirito dei Funkadelic prostituitisi con un mix di June Of '44, Tangerine Dream e Blue Cheer (ovviamente con le dovute proporzioni...).

 

SAND-ZINE
Alfredo Rastelli

Anticipato da un accattivante cover in puro style funk anni '70, e da un artwork a modo di doppio vinile apribile (da qui anche la scelta del doppio cd, al prezzo di uno chiaramente, quando tutto sarebbe entrato facilmente in un unico supporto), i The Hutchinson ritornano in pista dopo alcune uscite semi-ufficiali. Personalmente li conosco per la loro partecipazione alla mastodontica compilation (6 cd) pubblicata dalla stessa Wallace nel 2005, di cui la band apriva l'ultimo volume con una cavalcata a metà strada tra alcune produzioni Constellation (Fly Pan Am et similia), beat di casa Morr music ed elettronica gentile. La versione 2006 dei The Hutchinson, vede il trio allargarsi a quartetto e una musica più compatta e aggressiva (hard-rock in definitiva), dalla ritmica krauta e non esente da cambi radicali di direzione e velocità (Copico), infarcita di incursioni elettroniche 'space' e di fiati e tastiere quasi in stile backxploitation (5ta;Parabellum). Questo tipo di sonorità, sia generate da un rullo di batteria o da un ritmo di chitarra (Zug reloaded), marchiano le canzoni del disco che assumono contorni di cavalcate rock tra lo space e il psichedelico. Gli anni settanti la fanno da padrone, sia nei rimandi al funk (la prima parte di Stutch), sia nella psidechelìa ricercata (la seconda parte di Stutch, Part-one e Part-two), il tutto supportato da un'ottima distribuzione del tempo e del ritmo (Copico). È davvero una sorpresa questo "Sitespecific for orange squirrell", così radicato com'è indietro nel tempo senza mai essere retrò o peggio ancora anacronistico. In questo periodo in cui tutti si danno un gran da fare per spolverare e scimmiottare musiche new wave anni '80, il sound degli Hutchinson rischia di risultare addirittura una (gran bella) novità.

 

FREAKOUT
Vittorio Lannutti

Strepitosi nella loro costanza e nella meticolosità, gli Hutchinson, che dal 2003 hanno avuto alcuni cambi nella line up, continuano a dare ai loro brani, tutti rigorosamente strumentali, una base math rock, sulla quale costruiscono delle fantastiche trame sonore, con molti riferimenti espliciti al miglior funk degli anni '70. Se poi consideriamo che in cabina di regia hanno chiamato Fabio Magistrali (sei ovunque Magistali, ndd), che con la sua immensa professionalità ha fatto uno splendido lavoro, traetene voi la conclusione. Penso che con questi elementi un vero appassionato di rock "colto" non possa chiedere di più. Negli otto brani di "Sitespecific for Orange Squirrel"" troviamo il funk volteggiante con le chitarre proto-math di "5ta" e gli splendidi omaggi ai primi e rimpianti Red Hot Chili Peppers e agli affondi dei Rage Against The Machine di "Zug reloaded" o i passaggi non solo indolori, ma tali farli apparire naturali e fisiologici dal math al funky di "Summe" o l'intensità del groove di "Stutch" e l'apertura al post rock dei primi 90 Day Men di "Part two". Nel funk pomposo di "Copico" si riscontrano, invece, quelle sonorità proprie dei Red Hot Chili Peppers, nella conclusiva "Parabellum", invece, c'è la concentrazione massima del math, breve, ma estremamente intensa. Gli Hutchinson sono l'ennesimo ottimo colpo messo a segno dalla Wallace records.

 

KOMAKINO
Paolo Miceli

Se vedessi su qlc canale tv musicale un video degli Hutchinson dove figurano attori con basettoni e pantaloni a zampa di elefante, non batterei ciglio. Sitespecific for Orange Squirrel è come una lunga colonna sonora di otto pezzi per un poliziesco americano anni 70, che mischia un gran gioco di synth con la classica formula chitarra/basso, in perfetto stile digressivo, su lunghe sessioni di labirinti funky, iperattivi, - ricchi di percussioni mature. Un esercizio di stile senza macchia, strumentale, - personalmente credo manchi solo di personalità, essendo tanto simile ad un mero tributo ad un genere musicale cinematografico più che ad una Band in sè.

 

DIRADIO
Luciano Marcolin

La storia di questi ragazzi, così come da note allegate e, più esaurientemente, dall'ascolto di questo loro disco, funge da paradigma di un fenomeno abbastanza ricorrente. Si parte da un genere molto circoscritto, esaustivo quale il doom, l'hard rock dei seventies (ma il discorso vale anche molto spesso per il punk) e ci si indirizza col passar degli anni verso qualcosa di maggiormente imbastardito, un meticciato di stili che, pur rimanendo fedele ad un'attitudine pregna di sonorità "pesanti", risente dell'inevitabile e naturale crescita dei musicisti. Così gli Hutchinson transitano dai numi tutelari Sabbath a un noise mescolato al funk che si traduce in mature ed affascinanti cavalcate strumentali. Ovvio il peso, che ha avuto in questa evoluzione la direzione dei lavori affidata a Fabio Magistrali, il quale si sta rivelando uno dei migliori produttori in giro per lo stivale. In definitiva, siamo di fronte ad un lavoro pieno di spessore per un gruppo che cresce e promette molto.

 

SENTIRE ASCOLTARE
Stefano Pifferi

Esiste all'interno del catalogo Wallace una deriva seventies-oriented, manifestatasi in passato con le prove di Bron Y Aur e Rosolina Mar. È ora il turno di questi Hutchinson che fin dal nome scelto sembrano omaggiare tutto un universo fatto di pantaloni a zampa e improbabili pettinature.
Anche la scelta del formato di Sitespecific For Orange Squirrel sembra rimandare al periodo in cui il mondo girava a 33 giri: un doppio digipack apribile a mo' di vinile in cui i 50 minuti scarsi di musica sono suddivisi nei due cd come in due ipotetici lati. Con queste premesse il sound non può non rifarsi a quel periodo: lunghe cavalcate strumentali in cui convivono due anime, quella prettamente hard-rock e quella più sensibilmente funkettona. Si potrebbe liquidare la questione Hutchinson come una versione moderna dei Blue Cheer? Non credo, sarebbe troppo riduttivo. Perché a scavare nel suono monolitico e strumentale di questo esordio – ottimamente prodotto da Magistrali, ma ormai questa non è una novità – emergono sempre più elementi caratterizzanti. In primis l'approccio del quartetto è poco ortodosso, mosso com'è da una sensibilità a metà tra il math-rock alla Don Caballero e il noise della Amphetamine Reptile; ascoltate l'incipit di 5ta e converrete con me che questo è il noise anni 90 attualizzato al terzo millennio secondo gli stilemi dei 70. Una apparente contraddizione in termini, ma non distante dal vero. Inoltre questo approccio alla materia seventies è ulteriormente imbastardito dall'uso di ritmiche kraute (Zug Reloaded, ovvero le reiterazioni degli Oneida messe al servizio di un funkettone alla Clinton) e incursioni elettroniche dal taglio spacey (il cambio di ritmo vertiginoso della parte centrale di Summe). In Part One sembra di sentire una versione più corposa dei June Of 44, mentre Stutch è un vero tributo math ai Funkadelic. In definitiva Sitespecific For Orange Squirrel viene ad essere un ideale ponte tra le sonorità hard-funk e kraut degli anni 70 (dai Blue Cheer ai Tangerine Dream) e la musica rumorosa dei 90, miscelando sapientemente blackxploitation, math e noise.

 

ROCKIT
Sandro Giorello

La nuova uscita Wallace Records è un disco molto vicino al progressive rock. I suoni sono quelli degli anni '70 ma con in più l'influsso di quei gruppi che una ventina d'anni dopo hanno ripreso il genere per finire altrove, quelle band – Don Caballero tra tutte - che hanno usato la forma matematica, l'hanno mischiata alle dissonanze e ai suoni più "noise" e hanno ottenuto un altro tipo di psichedelia, più cruda, più fredda ma altrettanto ipnotica. Il disco è vario, le otto tracce sono dense, si muovo e cambiano continuamente: funk duri che attribuiresti ai Red Hot Chili Peppers di "Mother's Milk", o virate rock che ricordano i Rosolina Mar (in effetti tutto il disco potrebbe somigliare a quel "Before And After Dinner" uscito su Wallace due anni fa). Non mancano alcune parti dove i riff si ripetono in maniera ossessiva, un po' come gli Oneida, o aperture più "melodiche" alla June of'44. Ci sono, poi, alcuni momenti blues e qualche cattiveria pesante quasi stoner. Non ci sono pecche da segnalare: hanno tiro e precisione, il disco suona alla grande e, con ogni probabilità, sono uno di quei gruppi che dal vivo incendiano il palco. Ma è un album che non si riesce ad ascoltare in un colpo solo: sono 48 minuti che chiedono impegno, non è musica che si sente facendo altro. La solita conferma: la Wallace ha gusto e intuito ma non sempre i suoi dischi sono digeribili con grande facilità.

 

MESCALINA
Simone Broglia

Il gruppo in questione nasce fra il 1999 ed il 2000 con un piglio strumentale che ha portato a far parlare di loro avvicinandoli agli anni Settanta dei Black Sabbath. Non si può proprio dire lo stesso ora: con la maturazione artistica quel tipo di suono, ma soprattutto quel tipo di costruzione, è stato abbandonato. Messo da parte in favore di una formula strumentale decisamente più dilatata. "Sitespecific for orange squirrel", secondo disco dei The Hutchinson, lascia da parte anche quello che in parte era stato detto per il loro primo album che era stato accostato a suoni post kraut e alla trance. Questo lavoro invece ha un'influenza forte che viene ancora dagli anni Settanta: è quella del funk, che pulsa nella ritmica che spazia fra le sincopi e le battute regolari. Rimangono elementi kraut, ma avvicinabili ai Can e al loro "Tago Mago", non certamente ai suoni spaziali dell'estetica Kraftwerkiana così sintetica in dischi come "Trans Europa express". Spazi elettronici si diffondono per esempio in "Summe", ma l'apertura elettronica funge da breve bridge, da passaggio, da punto di svolta per il cambio di tempo e suono. Oltre al suono delle chitarre e dei synth che richiama inevitabilmente agli anni Settanta vi è l'inconfondibile grafica della copertina, arancio e nera con un carattere decisamente funky ad annunciare il contenuto; da notare poi anche quel "The" nel nome, elemento non banale visto che è un richiamo agli anni sessanta. Anni di colori e di vinili da ascoltare da un lato e poi da girare. Ecco quindi che anche i The Hutchinson, fedeli a quell'estetica, propongono otto tracce, ripartite in quattro e quattro e numerate da uno a quattro su due colonne all 'interno del libretto.
"Sitespecific for orange squirrel" è un disco ben fatto, decisamente legato ad un suono determinato, impasto di funk, di rock anni Settanta, di psichedelia, che si muove acida sotto la ritmica accentuata, e di elettronica che riempie spazi sonori non giocando un ruolo da protagonista ma mescolando e amalgamando il tutto. La lunga durata dei brani, non tutti ovviamente, ma ad esempio "Stutch" (più di sette minuti), viene spezzata dai cambi di tempo e dalla perizia strumentale del gruppo che propone stacchi di batteria che sfumano mettendo in evidenza l 'elettronica ("Part-two"). Un disco consigliabile.

 

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"CLAN" - Wallace Records / Il Verso Del Cinghiale - 2010

 

SODAPOP
Marco Giorcelli

Seconda prova altamente infiammabile per questa macchina da guerra trentina. Groove mostruosi che fagocitano in un unico calderone i vortici di Sabot, Jesus Lizard, Therapy? e più in generale il blues/phunk stralunato della compiantissima Trance Syndicate. Certo, i punti di riferimento sono fin troppo saldi, per non dire visibili, ma scavando sotto il pelo del fango melmoso emergono sorprendemente schegge ed inaspettate proiezioni dalla blaxploitation fino ai cancelli luminescenti dei Funkadelic(!). Matematica ed analfabetismo, caos e rigore, bianco e nero, calcolo e follia: un disco sorprendente e, ancora una volta, sorprendentemente pilotato dietro ai banchi da Fabio Magistrali: definitivamente incoronato lo Steve Albini di casa nostra, se non per le frequenze sonore perlomeno per il presenzialismo e la garanzia di qualità. Tutte le volte che individuiamo un prodotto altamente esportabile, come in questo caso, io intimamente godo, perché amo pensare che ci si possa sentire orgogliosamente nazionalisti non solo una volta ogni quattro anni, in occasione dei mondiali di calcio, ma anche per l'altissima qualità del indie rock nostrano. Altro che Ipecac, quindi. Wallace!

 

NERDS ATTACK
Emanuele Tamagnini

Alla fine delle sette tracce l’esclamazione è “Mamma mia!”. Un treno in corsa prima della fase di deragliamento. Quasi quattro anni dopo il precedente doppio ‘Sitespecific For Orange Squirrel’, tornano a bruciare gli Hutchinson. Reiterati. Strumentalmente aggressivi. Capaci di compulsivi contro-tempi al fulmicotone. Sprazzi latenti ma presenti di funk, tessitura kraut esponenzialmente rilevante, accelerazioni matematiche e mai banali. Una scheggia di breve durata ma di letale efficacia. ‘Clan’ possiamo tranquillamente annoverarlo tra le migliori uscite del genere. Dove “genere” è inteso nella più elastica accezione del termine. Se cercate musica e non cazzate, gli Hutchinson sapranno guidarvi nel posto giusto. In un attimo.

 

ROCKON
Vittorio Lannutti

Graditissimo il ritorno dei trentini Hutchinson. A tre anni e mezzo da “Sitespecific for orange squirrel”, il quartetto che si esprime con la brillante miscela funky-noise-math torna a farsi vivo con “Clan”, terzo lavoro, costitutivo da otto brani compatti e ottimamente articolati. Se squadra che vince non si cambia, ecco spiegata la riconferma dell’incommensurabile Fabio Magistrali in cabina di regia e la collaborazione di Manuel Marocchi che di tanto in tanto dà il suo contributo con gli innesti di sax. In poco più di mezz’ora gli Hutchinson comunicano la loro voglia di esprimersi con ritmi frenetici e sempre in corsa. In “Clan” sono rarissimi i momenti di rilassamento, perché il quartetto è sempre in corsa, rigorosamente strumentale. Dopo dodici secondi di tensione, parte “Il tigre”, nel quale si intravedono accenni di scarno e sostanzioso progressive, con la solita base funky- math. Si prosegue con “Atom ama” dove i trentini riescono ad essere molto più caldi dei Battles. In “Cinghios” il funky tribale ed elettrico lascia lentamente, progressivamente ed inesorabilmente il posto ad un noise orchestrale, giungendo a vette mai raggiunte neanche dai Don Caballero. “Linfame” ha una circolarità scoppiettante nella quale sono del tutto annullati i confini tra math e funky. In “Gnuh entry” si torna alle tendenze progressive e nella conclusiva “Dood” riecheggiano i primissimi Red Hot Chili Peppers, grazie alla frenesia costante in tutto il brano. L’attesa di quasi quattro anni per un nuovo album è stata ripagata in maniera assolutamente soddisfacente.

 

SOLAR IPSE
Loris Zecchin

L’ambizione e la tenacia nel voler proporre qualcosa di svincolato dal mero revivalismo ha portato gli Hutchinson piuttosto lontano. Il suono abrasivo dei seventies c’è ancora, ma i territori in cui questi suoni si trovano a deambulare è di tutt’altra foggia. Rosari di funk futuribile, alla Chrome Hoof, snocciolati come tanti arzigogoli che spingono per fecondare l’ovulo sotto il coperchio. Ustioni primeve Blue cheer intubate a forza. Implosioni bombastiche (e ti vien da guardar le casse per accertarti che nessun liquido coli giù) e sottili ramificazioni di synth, a decorare coi loro alfabeti elettrici i bordi. Cerchi concentrici in rapida successione numerica che liberano il pathos accumulato nei crescendo. Genitori e figli (il)legittimi della storia del rock posizionati nello stesso scaffale, gomito a gomito. Piace (e molto) perché crea immagini potenti ed evocative, bilanciate sul crinale tra muscolo teso e iridescenza. Se ci fossero le voci sembrerebbe un’offshoot temporale “on speed” dei Sly & The Family Stone di “Small Talk”….

 

IL MUCCHIO SELVAGGIO
Alessandro Besselva Averame

Monomaniaci e ossessivi, ma nella migliore accezione possibile: i quattro Hutchinson tornano a dire la loro con questi sette brani come sempre invischiati in trame kraut-funk-hard, intenti a ribadire fino allo sfinimento idee dotate di una forza e di un impatto tali da scongiurare, a dispetto della ripetitività, ogni rischio di annoiarsi. Più che canzoni, si tratta di cavalcate in loop che si imbattono in incidenti di percorso perfettamente orchestrati, leggi cambi di tempo, litigi in forma di fraseggi math-rock, distorsioni e volumi che salgono come in un incidente tra i King Crimson e “La mala ordina”. Il contrappunto vintage delle tastiere, dal gusto cinematografico, non prende mai il sopravvento sulle chitarre e sulle immutabili evoluzioni krautrock, con il lessico che a tratti si incattivisce e chiama in causa granitici space rock alla Hawkwind (“Atom Ama”). “Linfame”, invece, spinge sul versante più funk, con batteria, chitarra e basso che si rimpallano note e rullate e i sintetizzatori sullo sfondo a creare un gelido contrappunto, una situazione che si ripete, solo più acida e inquieta, con denso raggrumarsi di chitarre wah wah, nella traccia finale, “Dood”. Insomma, il gruppo dimostra ancora una volta di riuscire a mantenere sempre altissima la tensione, pur utilizzando schemi in qualche modo facilmente collocabili. Una musica di situazione e di atmosfera, ma nitida e pulsante, sempre in movimento.

 

MESCALINA
Giuseppe Celano

Appena aprono le danze con un basso secco come il deserto ti ricordano gli Shellac (Il Tigre). Andando avanti ci si accorge che si è costretti a cercare altri riferimenti oltre alla creatura di mr. Albini. E precisamente in quell’era unica e irripetibile che sono gli anni ’70 che la band si colloca. Ebbene si, perché per quanto ci si possa girare intorno è proprio in quegli anni che puntualmente i gruppi vanno a saccheggiare o a trarre l’ispirazione se il termine vi disturba di meno. Non fraintendetemi i The Hutchinson hanno un loro carattere, forte, quasi un caratteraccio e sanno come esprimersi attraverso le loro composizioni. Ne sono un chiaro esempio brani come “Nomo Mend”, incalzante composizione acida dai toni funk, con ritmiche serrate e fiati incisivi. Poi arrivano i synth misti a parti elettroniche che si intrecciano con saliscendi da togliere veramente il fiato, simili a “The Talking Drum” dei King Crimson. Stessa sorte tocca al songwriting di “Linfame”, nervosa e scattante come un centometrista prima dello start. Il leitmotiv del disco è una chiara propensione per ritmiche funk compresse, rese più folli da continue frustate di noise adrenalinico. Imperdibile!!

 

CHAIN DLK
Andrea Ferraris

"Rock'n'roll!!!!"...hey do I sound like Lester Bangs?!...no way, and by the way this' not exactly wishy washy seventies revivalism even if the influence comes from there. The rock elements is definitely part of the lot when dealing with The Hitchinson, let's say their music is somewhere located between math-rock and noise-garage rock'n'roll. Highly melodic and never too cerebral the band works on mid tempos and strong epic passages without sounding cheesy while incorporating those "historical" riffs all the rockers out there wonna bang their head while listening to. A good recording and a good technical skill save them from getting boring like many instrumental bands dealing with this kind of shit. I'm sure the best possible fan of a record like this should be a classic strong melodic rock listener or a mid-late nineties independent rock (not indie rock) fan and it has to do with the fact they're not soft arty of pseudo-intellectual but they are there to make you move your ass and sweat to the rhythm of the drum. Even though they tend to be a bit vintage math-rock-n-rolla I dig their sound and if you were the "cocain on tits motherfucker" you claimed to be last night at the pub, well...I think you should let this record its say!

 

SHOOT ME AGAIN
Fred

Si The Hutchinson en commençant lorgnait sur des racines 70’s à la Blue Cheer et Black Sabbath , depuis 1999, il a évolué. Tant du côté du line-up que de son son. Sponsorisé par le label italien Wallace Records, vous attendez de Clan et de la version 2010 de The Hutchinson , une noise éconduite par une basse musclée et ultra-tendue. Et bien c’est dans le mille Emile ! La musique est frontale mais pas exempte de groove très funky. Si on hésite à danser ou à sautiller comme un enragé, le tout reste très cohérent. Guitares fuzz, batterie sèche mais jazzy dans le muscle et basse arquée de tension donnent un mélange détonant de Noise et de Psyché-funk. The Hutchinson a beau débouler à deux cents à l’heure, on reste cool comme un maquereau de Starsky And Hutch. Ça le fait sérieusement!

 

ALL ABOUT JAZZ
Luca Pagani

Clan è il secondo album per la Wallace Records pubblicato dal quartetto trentino The Huchinson. Un album dal suono potentemente rock, tirato talvolta anche su righe funk ("Linfame"), in altri casi riconducibile allo stile math-rock, con la tipica ossessione del tempo, del ritmo, dello stacco di Shellac o Uzeda. E' un treno rock che non può mai fermarsi, il cui macchinista è ricattato dalla magnificenza del Power Trio a cui talvolta si aggiunge il sassofono tenore di Manuel Marocchi. Nell'apertura noise di "Atom Ama" lo strumento a fiato riesce a liberare la ciclicità delle note dalla gabbia a cui il groove lo ha costretto. Di traverso agiscono le elettroniche di Paolo Marocchi, efficaci a spostare l'attenzione del suono altrove. "Gnuh Entry" è un brano acido, che infatti suona come se fosse già iniziato alcuni secondi prima di essere registrato. E' in questo caso che la chitarra prova a liberare pulsioni ritmiche avventurandosi in un solo lungo praticamente tutto il brano, realizzando un altro discostamento dalla percezione di trovarsi a bordo di un treno che macina ritmi e note. E' solo dopo un finale strepitante, in cui il sassofono prima, il suono di un fender rhodes dopo, miscelato alle voci di un field recordings, che senza troppa gentilezza l'adrenalina viene esaurita, e l'affanno può finalmente placarsi.

 

SANDS-ZINE
Daniele Guasco

A distanza di sei anni dal doppio Cd “Sitespecific for orange squirrel” i The Hutchinson ritornano nei nostri stereo con un album che sintetizza l’evoluzione della band in poco più di mezz’ora senza però deludere minimanente le aspettative. Il quartetto infatti riesce in un’impresa non da poco, ossia a rimanere tanto selvaggio e imprevedibile nel proporre il suo math-rock strumentale aumentando però le componenti funky e psichedeliche delle canzoni. Non è un’impresa da poco riuscire a racchiudere in sole sette tracce un obbiettivo così arduo, eppure questa band ci riesce proponendo un album esaltante di rock in cui si cuciono assieme ritmi forsennati e costruzioni chitarristiche che non lasciano scampo all’ascoltatore dando forma a composizioni tanto rumorose e rabbiose quanto entusiasmanti. I The hutchinson mostrano ancora una volta la loro capacità di fare tesoro degli ascolti mettendoli al servizio di una visione unica del rock, stravolgendo i propri brani verso inaspettate variazioni che lasciano di sasso l’ascoltatore, dandogli un album che a ogni ascolto regala qualcosa di nuovo e di inedito. Un ritorno col botto per una band che senza tanti clamori presenta una visione sempre più personale del suonare musica rock, ed è veramente un piacere ascoltarla ed approfondirla.

 

AUDIODROME
Giampaolo Cristofaro

Produzione condivisa Wallace Records e Il Verso Del Cinghiale, Clan è il ritorno (e finalmente) degli autori del doppio cd Sitespecific For Orange Squirrel del 2006. Gli aromi belli fuzzosi anni ’70, tra Blue Cheer e (in verità molto meno) Black Sabbath, si respirano a pieni polmoni anche in Clan. Certo, chi non ama il genere potrebbe considerarlo un girare attorno a qualcosa di ampiamente già detto e non direbbe cosa del tutto sbagliata. Fortuna che il tiro al semtex di “Iltigre” e “Atom Ama” diradano dubbi da subito. Cattivo e nervoso il piglio jazzcore di “Cinghios”, dalle sfumature crime (zona Calibro 35 per restare al presente italico) “Linfame”, svolazza ipnotica “Gnuh Entry”, “Dood” conferma del tutto che l’energia non è svanita manco per niente. Mezza stella in più.

 

KATHODIK
Marco Loprete

Neanche il tempo di inserire “Clan” nel lettore CD che ci siamo trovati catapultati senza preavviso alcuno in un paesaggio sonoro magmatico, ribollente, all’insegna di un post-rock che più nevrotico ed ossessivo non si può. Quartetto trentino formatosi tra il 1999 ed il 2000 ed attualmente composto da Damiano (chitarra), Walter (basso), Leonardo (batteria) e Paolo (synth), i The Hutchinson, dopo l’ottimo debutto di “Sitespecific for orange squirrel” (2007), alzano il tiro e fanno di nuovo centro. “Clan” è infatti una sorprendente miscela di math-rock, kraut-rock, funk, noise e psichedelia. I quattro, insomma, giocano a sparigliare le carte e si divertono (e divertono) un mondo. Il Tigre è un frullato di prog, hard & heavy e funk; Atom Ama si colloca tra Battles e Hawkwind; Cinghios (la più lunga della raccolta, con i suoi oltre sette minuti) innesta sui ritmi tribali della batteria una geometrica partitura math-funk (con qualche sfumatura jazz proveniente dal sax di Manuel Marocchi) che degenera in un finale incendiario; Linfame è post-funk-jazz-rock; la torrida chitarra wha-wha di Gnuh Entry, pezzo venato di psichedelia acida, sfocia nella conclusiva Dood, funk-metal disarticolato à la Primus che nel finale si stempera in un requiem per piano e campionamenti vocali.

Più che un disco di canzoni, un loop di nevrosi ritmico/chitarristiche che (salvo gli ultimi secondi) non concede neppure un attimo di tregua. Ottimo.

 

SUPERMIZZI
Guido Siliotto

Torna il quartetto che ha preso in prestito il nome dal biondo di “Starsky & Hutch”, già così suggerendo che le Ford Gran Torino rosse con una striscia bianca, le sparatorie e gli inseguimenti fanno parte delle passioni extra-musicali, mentre il suono è in buona parte debitore del funky più grezzo e aggressivo. Una componente che, disciolta in un magma noise, genera questa esplosiva miscela che rende dirompenti i brani che compongono “Clan”, nuovo lavoro firmato The Hutchinson, licenziato dalla veterana Wallace in collaborazione con la giovane ma promettente Il verso del chinghiale. Non ci sono grosse evoluzioni rispetto al precedente parto discografico: l'idea di partenza consiste nel realizzare cavalcate strumentali potenti e senza mezze misure, dove gli strumenti colpiscono allo stomaco e la sezione ritmica fa scuotere la testa, mentre l'inserto di un sax dall'indole free-jazz rende il tutto ancora più sfizioso. La perizia musicale dei quattro e la qualità del suono rendono il disco davvero un gioiellino da non perdere, almeno per chi ama questo tipo di sonorità.

 

ROCKMETALBANDS.COM
Markus Ganzherrlich

8 tracks from Trento's 4-piece based on brilliant and lively instrumental Rock; not the kind of instrumental Rock referring to Math rock like most do nowadays; it's more improvisational Rock with guest sax interventions, a bit of Prog rock fugues vintage riffs and modern breaks, like Zappa/Black Sabbath/Blue Cheer meet John Zorn but not as extreme as one might expect. The psychedelic guitar and sax effects functional to the tracks and it turns out neither the arrangement nor the mastering lost their control over the tracks. What is positive about this record is the absolute versatiliy making it appeasable to young and old age fans, experienced musicians with a serious technical background as well as simple fans who can't read music. Another laude to the quartet derives from the lack of repetition, which renders each track fresh and involving after repeated listens. The bass lines accompany the rest without soloing, while the guitars fuzz and the drums operate vibrating style changes. This record explains a real group's attitude where none tries to surpass the others, even in a track such as "Gnuh Entry", where the guitar plays an important role from diverse points of view; each musician gives a contribution to the service of the song, but not at the expense of the feeling, reaching the top in the seven minutes of the highlight "Cinghios". Nobody sane and healthy can remain passive during the frantic "Linfame", both in one's listening room and live. I don't know about the band's recent activity, but I believe that the turning point (the sax inclusion, which is actually a fifth member on this CD) ought to stay in the next recordings, too. Technically-proficient and mind-involving from A to Z, what more do you request a band offer the ears?